Addio filosofia, greco e latino

27 Ott 2018

È un fenomeno di cui spesso in Italia non ci rendiamo conto, abituati al congruo numero di ore che ancora dedichiamo alla cultura classica nei licei. Quando incontriamo conoscenti o colleghi europei non è così facile rendersi conto di questo gap. I discorsi si mantengono opportunamente su un piano leggero, se è il caso si parla di lavoro e non certo di Omero.

La citazione classica –che a qualche italiano reduce dal liceo scappa- suona goffa. Peggio: suona incomprensibile. La citazione classica è goffa proprio perché quella cultura, quel mondo, è uscito fuori dall’immaginario comune. Nella conversazione può cadere qualche riferimento alle riduzioni cinematografiche di Omero e, andando sul moderno, Shakespeare. Se faranno il film o videogiochi sull’Inferno –mi pare di averne sentito parlare- si potrà citare per qualche mese Dante.

Al tempo del Gladiatore si poté parlare per un po’ di impero romano, ma non per questo diventarono più comuni le citazioni dai versi dell’Eneide, fosse anche il “consunto sunt lacrimae rerum”, che probabilmente a un collega europeo farebbe l’effetto di un’incomprensibile espressione gergale forse legata alla nostra cultura locale, curiosa ma rispettabile. Insomma, latino e greco sono avviate a diventare l’affascinante curiosità etnica dell’Europa meridionale e soprattutto dell’Italia, ma non sono più il vocabolario di base di una cultura vivente. Nell’immaginario comune occidentale ci sono il cinema e la musica pop/rock.

Questo avviene non solo per greco e latino, ma anche per quelli che erano i classici dell’età moderna. Balzac, Dickens e Tolstoj sono ormai anch’essi droppati dalla cultura comune, a meno che non ci sia la solita riduzione cinematografica a ridare loro un po’ di vita per qualche mese. E non basta. Queste riduzioni, facciamoci caso, funzionicchiano solo per alcuni classici: un po’ di Shakespeare (più “in love” che davvero trasposto fedelmente) e non molto altro. Il cinema è un’arte troppo matura per limitarsi a trasporre Guerra e Pace. Risultato? Citare Pierre Bezuchov in una conversazione è irrimediabilmente bislacco ed esibizionistico.

Un tempo c’erano gli sceneggiati TV che mantenevano viva una certa conoscenza. Ricordo la bellissima Odissea o la Freccia Nera. Anche quel tenue legame è svanito. Le serie TV americane e ora anche italiane sono ormai un genere troppo sviluppato e – ammettiamolo- appassionante; non hanno alcun bisogno di rubare una sceneggiatura a un romanziere di due secoli fa. E già, ormai due secoli ci separano dai romanzieri dell’Ottocento. L’Ottocento intero, con i suoi androni e gli uffici postali in legno che ancora popolano i ricordi della nostra infanzia, svanisce. I colorati e informatizzati uffici postali di oggi hanno perso quel colore da sceneggiato TV, quella sensazione ammuffita di poter trovare un personaggio da romanzo dietro lo sportello.

Parliamo di morte della cultura classica, ma forse faremmo meglio a parlare di morte di una delle sue reincarnazioni. La sparizione della cultura classica dai programmi scolastici è in realtà la fine della resurrezione che essa ebbe quando fu promossa, nella seconda metà dell’Ottocento, la scolarizzazione di massa. In tutta Europa fu introdotta la scuola dell’obbligo, e lo studio dei classici antichi e moderni parve –giustamente- il modo migliore per alfabetizzare la nuova piccola borghesia, abituarla allo studio e alla lettura. La lettura dei classici sostituì la cultura popolare diffusa oralmente.

Tuttavia, non dimentichiamo che quelli che oggi sono i classici moderni, Balzac e Dickens, furono all’epoca la prima forma di cultura popolare scritta di massa e per tutto l’Ottocento non entrarono nello studio scolastico. I loro romanzi costituivano il corrispettivo delle serie TV di oggi, e anch’ essi uscivano a puntate. Erano una produzione industriale e di massa; accanto ai Balzac e ai Dickens c’era una pletora di autori dimenticati dal tempo. Chi si ricorda di Eugène Sue? Vendeva più di Balzac. L’alfabetizzazione avvenne anche in quel modo, e non solo a scuola studiando i classici.

Il mito della cultura classica è stato già abbattuto varie volte, insomma. E varie volte è risorto, abbattendo il mito della morte della cultura classica. Risorse nel Rinascimento, risorse al tempo della Rivoluzione Francese e risorse ancora nel tardo Ottocento. In Italia lo studio dei classici greci e latini ricevette un ulteriore impulso dalla riforma Gentile del 1923 che ribadì l’assoluta preminenza delle materie umanistiche.

La riforma spagnola va nella direzione dell’abbattimento, ma non è il caso di innervosirsi troppo. In un’età sempre più tecnica, non è errato che ai ragazzi e alle ragazze si insegnino anche materie finanziare. Non so
se questo andrà a scapito dello spirito critico o meno. Non è detto. Vi è anche una critica gratuita, astratta e inconcludente, pedante e malata di letteratura e filosofia, troppo spesso ancora troppo diffusa nelle popolazioni studentesche occidentali, non a caso soprattutto tra quelle che sono state ancora soggette all’insegnamento classico nelle scuole.

È un fenomeno che si osserva anche in psicologia. Il declino di una certa psicoanalisi antiscientifica che ultimamente si era sempre più compromessa con la filosofia ermeneutica e destrutturante francese è l’ultimo frutto -un po’ marcio- della cultura dei licei umanistici fondati nell’Ottocento. Quindi bene che muoia la cultura classica, abbattiamo questo mito. In attesa che risorga ancora consentendoci di abbattere il mito della morte della cultura classica.

Liberamente tratto da StateofMind.it, del 26 ottobre 2015
 

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