Come il nostro cervello risente dell'estate

25 Lug 2018

Quando le temperature aumentano, la nostra lucidità cala. Probabilmente ce ne siamo accorti tutti, ma ora un team di studiosi dell’Università americana di Harvard (Boston) ha realizzato un piccolo, curioso esperimento che dimostra come tutto ciò sia vero.

I ricercatori hanno arruolato due gruppi di studenti, nei giorni successivi a un’ondata di calore, analizzandone le performance cognitive con due test per 12 giorni consecutivi: alcuni ragazzi vivevano in stanze del college con aria condizionata accesa (temperatura intorno ai 21°), gli altri in locali con il condizionatore spento (temperatura intorno a 26°).

Nello studio, pubblicato sulla rivista Plos Medicine, viene sottolineato come gli edifici presi in esame siano stati costruiti con i criteri del risparmio energetico e dunque trattengano il calore all’interno, sia d’inverno che d’estate. «È dimostrato che i nostri cervelli sono sensibili ai cambiamenti delle temperature - ha spiegato a Npr Joe Allen, uno degli autori dello studio e direttore del centro Clima, Salute e Ambiente di Harvard -. Abbiamo scoperto che i ragazzi in stanze senza aria condizionata avevano reazioni più lente del 13% e sbagliavano il 10% di risposte in più rispetto ai compagni che stavano in stanze fresche. Basta un incremento minimo e impercettibile delle temperature, nemmeno ce ne accorgiamo. Ha un impatto sulla nostra mente e possiamo sbagliare anche domande a cui sappiamo rispondere».

«Si tratta di un esperimento molto particolare, di tipo meccanicistico, che fa luce sulle modalità di funzionamento del cervello e in particolare sull’attività di calcolo - commenta Alberto Albanese, responsabile Neurologia dell’Ospedale Humanitas di Milano -. Gli autori hanno predisposto due test cui gli studenti dovevano sottoporsi tutte le mattine, uno di inibizione (faccio - non faccio) e uno di calcolo numerico:sono funzioni elementare, quotidiane.

Un esempio di test di inibizione potrebbe essere la parola “rosso” scritta con il colore verde: tra due opzioni, il soggetto deve scegliere il colore che legge e non quello che vede. Sono attività tipiche dei lobi frontali, una piccola parte delle nostre capacità cognitive. Si tratta di un esperimento che valuta il funzionamento del cervello come se questo fosse un computer, una specie di misurazione della velocità del processore del pc in condizioni termiche diverse. Peraltro anche i computer funzionano meglio in stanze fresche.

Non c’è stata alcuna analisi del benessere o degli aspetti emotivi dei partecipanti, che peraltro non erano stati messi in condizioni di particolare stress o disadattamento. Stiamo parlando di lievi variazioni termiche, che non richiedono attività di compensazione particolarmente complesse».

In ogni caso la riduzione delle performance è risultata evidente. «Il cervello rallenta quando la temperatura esterna è più alta - prosegue il professor Albanese -. Aumentano il flusso sanguigno e la vasodilatazione (dilatazione dei capillari), il metabolismo non funziona più in modo ottimale, anche rispetto alla trasmissione dell’impulso nervoso. Quando fa molto caldo non cambia la temperatura interna del cervello, ma scattano dei meccanismi di compensazione che tendono a mantenere l’omeostasi (temperatura corporea costante).

In questo specifico esperimento, poi, c’è un altro elemento da considerare: i soggetti, peraltro giovani e sani, privati di aria condizionata non si erano adattati alla temperatura di 26°, cosa che sarebbe invece avvenuta se fossero rimasti in quella condizione climatica per alcuni mesi (e le capacità cerebrali sarebbero quindi tornate normali). Per questo sono scattati i meccanismi di compensazione che hanno rallentato la capacità di calcolo: potremmo dire che il loro cervello è stato “distratto”, dal punto di vista metabolico, a causa della necessità di mantenere costante la temperatura corporea. Chi vive abitualmente in regioni calde, per esempio nella zona dei Tropici, si è adattato a quelle temperature e non ha alcun rallentamento mentale».

 La condizione ideale per il cervello è un ambiente con temperatura compresa tra 19 e 23°, ma purtroppo assistiamo a un aumento di sbalzi termici. Pensiamo per esempio alle conseguenze sugli anziani: in loro i meccanismi di compensazione sono molto più complessi di quelli che si attivano nei giovani, perché riguardano anche cuore, circolazione, abbassamento della pressione. L’esperimento di Harvard è un micro esempio di come un lieve cambiamento di temperatura richieda adattamenti che riducono le performance cognitive persino in ragazzi perfettamente sani».

Liberamente tratto da Corriere.it
 

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