Come sviluppare rapporti positivi in Rete

27 Apr 2018

Se nella vita reale siamo capaci di relazioni educate e rispettose, online sembriamo regredire. Da dove deriva questo limite? Il tema sempre attuale è al centro di un articolo pubblicato su BBC Future.

Da decenni gli antropologi si chiedono che cosa spinga gli esseri umani a cooperare fino a formare comunità forti e produttive. La teoria più accreditata vede le radici della nostra innata gentilezza nel vantaggio evolutivo che la collaborazione offre, in termini di sopravvivenza. Anche se contribuire a un progetto comune ha un costo, per il singolo - e in molte situazioni, almeno nell'immediato, si guadagnerebbe di più a comportarsi in modo egoista - ci sono compiti in cui non possiamo riuscire da soli.

Gli esperimenti di cooperazione online come quelli condotti dall'Università di Yale (nel Connecticut, USA) dimostrano che oggi, anche nei test psicologici in cui occorre scegliere se essere generosi per contribuire a una causa comune, la nostra immediata reazione di pancia tende alla cooperazione.
Se questo istinto è così connaturato nella natura umana, ci deve essere qualcosa, nell'esperienza dei social media, che faccia emergere il leone da tastiera nascosto in ciascuno di noi. Ma che cosa? Probabilmente, la mancanza di istituzioni.

Mentre nelle prime società umane vigevano rigide regole sociali per attività come la condivisione del cibo, le interazioni online garantiscono la distanza fisica, l'anonimato e un ridotto rischio di punizione, se si agisce in modo scorretto. Allo stesso tempo, però, online abbiamo modo di esprimere a gran voce le nostre reazioni a una situazione che reputiamo ingiusta, e di accrescere la nostra reputazione se scegliamo di ribellarci. Nella vita reale, chi ha la fortuna di vivere in un contesto pacifico ha poche occasioni di gridare il proprio sdegno. Quando ci si riesce, il centro della ricompensa nel cervello viene attivato: questo rinforza il comportamento "moralizzatore" e incoraggia ad attuarlo di nuovo. Ma online è tutta un'altra storia.

Come spiega Molly Crockett, ricercatrice esperta di interazioni umane del dipartimento di Psicologia dell'Università di Yale, «abbiamo creato online un ecosistema che seleziona il contenuto più rabbioso, insieme a una piattaforma in cui esprimere sdegno è più facile rispetto a mai prima d'ora» Basti pensare che, come recenti ricerche hanno dimostrato, ogni espressione con connotazione morale o emotiva aumenta del 20% la probabilità che un contenuto venga ritwittato.

Rispetto al mondo reale, non corriamo rischi fisici nel gridare il nostro disappunto, e abbiamo a disposizione non uno o due testimoni (come accadrebbe lontano dalla tastiera), ma l'intera schiera di contatti e follower che abbiamo raccolto. I "mi piace" non fanno che rafforzare la ricerca di consensi, così esprimere sdegno o opinioni forti diviene un'abitudine. E come tale, diverrà una prassi automatica, da attuare senza pensarci due volte.

Ma l'eco che la rabbia trova online può essere sfruttata anche in modo positivo, per dar voce a istanze che altrimenti finirebbero ignorate (come è avvenuto, per esempio, con la recente campagna contro il facile accesso alle armi negli USA promossa dagli studenti della Florida). Ci deve essere un modo per far virare le interazioni in Rete in una direzione positiva. Sì, ma quale?

Gli psicologi dello Human Nature Lab dell'Università di Yale ci lavorano da tempo. Una strada è identificare pochi individui molto ascoltati - gli "influencer" - e coinvolgerli in campagne a beneficio della comunità. Per esempio, nella salute pubblica: in Honduras si sta testando questo approccio per allargare il bacino di madri che aderiscano con i propri figli a campagne vaccinali.

Un'altra strategia attualmente allo studio è infiltrare qualche post poco sensato creato da un bot - un programma capace di generare contenuti in automatico - per aiutare gli umani ad allearsi e far fronte comune, o interventi fuori dal coro per rendere più varia e meno monolitica la discussione all'interno di gruppi fortemente compatti e schierati (obbligando gli utenti a uscire dalla bolla dei filtri che essi stessi si creano nelle interazioni online).

In un esperimento si è visto che è sufficiente creare un bot con un volto bianco come foto del profilo, e usarlo per rispondere in modo pacato ma deciso a commenti razzisti nei confronti di utenti neri, per sedare in poche settimane questa forma di abuso online.

Occorre anche capire che i troll non sono necessariamente personaggi che lo fanno di mestiere: tutti possiamo diventarlo, complice una brutta giornata. Introdurre un algoritmo capace di predire quando un'interazione online sarà più probabilmente antisociale (per esempio perché è lunedì mattina, un momentaccio, per l'umore) e di ritardare le risposte scritte, ha dato buoni risultati. Quasi tutti, potendoci pensare due volte, diamo risposte più ragionevoli.

In ogni caso, dobbiamo essere pazienti: abbiamo avuto migliaia di anni ad abituarci alle interazioni di persona, e appena una manciata per imparare a gestire quelle online. Nella realtà abbiamo la mimica facciale ad aiutarci ad appianare le tensioni e comprendere l'ironia; sui social, occorrerà forse introdurre qualche emoji in più o la giusta punteggiatura per sedare sul nascere ogni possibile equivoco. Mentre impariamo quest'arte, vale la pena restare i calmi, bloccare o ignorare i bulli (o denunciarli, nei casi di gravi molestie); e soprattutto, pensare prima di scrivere.


Liberamente tratto da Focus.it, del 8 aprile 2018
 

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