Da 100 anni contro gli immigrati italiani

01 Lug 2018

Italiani e Sardi visti come un’orda di selvaggi, brutti, sporchi e cattivi, da tenere a debita distanza, nei sudici ghetti delle grandi città. Dagli Stati Uniti all’Australia, passando per l’Europa, il sentimento xenofobo contro gli immigrati italiani dilagò come un fiume in piena, provocando significativi strascichi fino alla metà del secolo scorso.

Furono le ondate migratorie e l’arrivo in massa di Italiani negli Usa e nell’Europa del Nord a scatenare il malcontento.

Impossibile dimenticare il massacro di Aigues-Mortes, in Francia, nell’agosto del 1893, che fu provocato da un conflitto tra operai francesi e italiani (crumiri in questo caso, in quanto accettarono di lavorare per meno soldi) impiegati nelle saline di Peccais, che si trasformò in un vero e proprio eccidio con morti in numero ancora non accertato e un centinaio di feriti tra i lavoratori italiani.

Gian Antonio Stella, nel suo bellissimo libro Quando gli albanesi eravamo noi, ci ricorda che “....Quando si parla d’immigrazione italiana si pensa solo agli 'zii d’America', arricchiti e vincenti, ma nessuno vuole sapere che la percentuale di analfabeti tra gli italiani immigrati nel 1910 negli USA era del 71% o che gli italiani costituivano la maggioranza degli stranieri arrestati per omicidio” o ancora che il primo attentato nella storia con un’auto imbottita di esplosivo è stato fatto a New York, non da terroristi ma da criminali italiani contro una banda avversaria.

Dal 1861 sono state registrate circa ventiquattro milioni di partenze dall’Italia, verso altri stati. Un esodo.

Gli Italiani del Meridione erano accusati di essere sporchi, rumorosi, arretrati come qualità della vita e nelle relazioni interpersonali, di praticare rituali religiosi primitivi, di trascurare l’istruzione dei figli, di costringere in una condizione di assoluta subordinazione la donna all’interno della famiglia.

Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane.
Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina.
Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.


Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.
Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.
Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti.
Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali”.


Così venivano descritti gli Italiani in una relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati negli Stati Uniti, nell’Ottobre del 1912.

A Kalgoorlie, in Australia Occidentale, nel 1934 le case abitate dai provenienti dal Sud Europa vennero incendiate e gli Italiani (insieme a Jugoslavi e i Greci) dovettero scappare dalla città.

Non ci andò meglio in Svizzera, negli anni ’70 con i leader politici che affermavano: “Le mogli e i bambini degli immigrati? Sono braccia morte che pesano sulle nostre spalle. Che minacciano nello spettro d’una congiuntura lo stesso benessere dei cittadini. Dobbiamo liberarci del fardello. Dobbiamo respingere dalla nostra comunità quegli immigrati che abbiamo chiamato per i lavori più umili e che nel giro di pochi anni, o di una generazione, dopo il primo smarrimento, si guardano attorno e migliorano la loro posizione sociale. Scalano i posti più comodi, studiano, s’ingegnano: mettono addirittura in crisi la tranquillità dell’operaio svizzero medio, che resta inchiodato al suo sgabello con davanti, magari in poltrona, l’ex guitto italiano”.

In quegli anni in Svizzera c’erano circa 30mila bambini italiani clandestini, portati di nascosto dai genitori siciliani e veneti, calabresi e lombardi, a dispetto delle rigorose leggi elvetiche contro i ricongiungimenti familiari, genitori terrorizzati dalle denunce dei vicini che raccomandavano perciò ai loro bambini: non fare rumore, non ridere, non giocare, non piangere. Clandestini.

Dalla fine dell’Ottocento sino ai giorni nostri: il 10 ottobre 2007, in Germania, il Tribunale di Bückeburg ha ridotto da 8 a 6 anni di carcere la pena di un cameriere italiano riconosciuto colpevole di stupro, sequestro di persona e violenza di gruppo verso la sua ragazza. Nel formulare la sentenza si tenne anche in considerazione la sua origine sarda: “Si deve tenere conto delle particolari impronte culturali ed etniche dell’imputato. È sardo. Il quadro del ruolo dell’uomo e della donna, esistente nella sua patria, non può certo valere come scusante, ma deve essere tenuto in considerazione come attenuante”.

Sono passati 130 anni, la Terra continua a girare nello spazio, il tempo non si ferma, così come le cose e i fatti restano mutevoli: generano nuovi ricchi e tantissimi nuovi poveri. I ruoli si invertono ma i clandestini restano anche se hanno un colore diverso. Fuggono da Paesi in cui l’unica prospettiva è morire per fame o morire per guerre volute da altri. E allora questa gente può solo scappare. Questa volta verso noi, verso quelli che credono essere orizzonti migliori. Proprio come noi Sardi e Italiani un tempo.

Liberamente tratto da Vistanet
 

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