Dal quinto Congresso mondiale per la libertà di ricerca scientifica

24 Apr 2018


Cos’è il diritto alla scienza e perché dovrebbe interessarci?

È partito da qui il 5° Congresso mondiale per la libertà della ricerca scientifica organizzato dall’Associazione Luca Coscioni. A quelle domande sono strettamente connesse molte altre. Come sono legate scienza e democrazia? Quali sono le condizioni necessarie di una buona ricerca – nel duplice significato di utile e correttamente impostata? Quanto pesano i nostri pregiudizi e perché siamo spesso spaventati dalla ricerca scientifica?

Indipendentemente dai singoli argomenti e dalle specifiche aree di ricerca, è possibile individuare alcune caratteristiche comuni nello sforzo di promuovere la scienza: l’integrità della ricerca, il coinvolgimento del pubblico non esperto (in realtà public engagement ha un profilo semantico più ampio e riguarda tutti i possibili modi attraverso i quali condividere i risultati della ricerca e dell’educazione accademica, immaginando un processo non solo dall’alto verso il basso ma di interazione e con l’intento di determinare un reciproco beneficio), il profilo attivista della scienza.

Jessica Wyndham, direttore dello Scientific Freedom, Responsibility and Law Program dell’American Association for the Advancement of Science (AAAS), ha delineato il profilo del diritto alla scienza e ha ricordato l’importanza del suo consolidamento.
La conoscenza e l’accesso ai risultati scientifici sono condizioni irrinunciabili e i governi dovrebbero rispettarli e garantirli. È ovvio che la libertà scientifica sia un aspetto cruciale. Ma la libertà scientifica è strettamente legata alla responsabilità, cioè al dovere di condurre ricerche in modo responsabile.
L’integrità della ricerca ha un valore strategico: aiuta a rimuovere il pregiudizio secondo il quale la libertà significherebbe non avere limiti, in particolare nell’ambito scientifico e in generale quando ci chiediamo quali comportamenti dovremmo vietare. Serve alla scienza e al suo ruolo pubblico, conferendole una credibilità che è importante per fidarci di quello che dicono gli scienziati. È utile al profilo politico della scienza, al suo ruolo di motore e garante dei nostri diritti.
Perché il diritto alla scienza, oltre al resto, è un diritto strumentale a ottenere e a proteggere altri diritti. È la scienza che ci aiuta a demolire molte credenze sbagliate e molte discriminazioni fondate su errori, diventando così la più formidabile alleata di una politica equa e giusta.

La scienza però non può sottrarsi al confronto pubblico, anche se sarebbe spesso più comodo evitarlo e a volte può essere molto irritante. Al public engagement ha fatto esplicitamente riferimento Tracy Brown, direttore di Sense About Science (dal sito si può scaricare una guida su come far interagire ricercatori e opinione pubblica, Public engagement: a practictal guide). Le difficoltà che possono sorgere tra esperti e non esperti sono abbastanza ovvie da immaginare e potremmo fare molti esempi attuali o passati.

C'è la questione dei vaccini - causano l’autismo? -, quella dei cellulari - ci friggono il cervello? -, i consigli dietetici di Gwyneth Paltrow... ecc. I mezzi per rispondere correttamente a queste domande e alle altre che potremmo formulare sono sempre gli stessi.
Converrebbe a tutti avere a disposizione gli strumenti più corretti in modo da evitare conseguenze sgradite o indesiderate. E per evitare o attenuare le reazioni di paura e di diffidenza. È particolarmente evidente nei momenti in cui dobbiamo prendere delle decisioni rilevanti: chi votare, a chi credere, come curarci, se fidarci di una terapia sperimentale oppure no. Più il processo deliberativo sarà fondato sulle evidenze e seguirà un metodo corretto e rigoroso, più la nostra deliberazione sarà giusta.
È utile essere allenati, perché a volte il carico emotivo del momento potrebbe renderci l’operazione più difficile che mai. Rinunciare alla scienza e preferire il pregiudizio è una grave ferita anche per la vita democratica.

Brown poi ha detto qualcosa da ricordare: non servono i divieti per contrastare le posizioni sbagliate o per proteggere le persone dal negazionismo scientifico o dalle bugie. Ci siamo appena liberati dalle leggi contro la blasfemia – non ovunque, e non perfettamente – e non è il caso di costruire nuovi divieti. Ovvero, non possiamo essere liberali solo quando ci fa comodo e solo con chi ci sta simpatico.

La scienza, infine, non può non essere politica. Carl Hart, direttore del dipartimento di psicologia alla Columbia University e Dirk Ziff professor di psicologia, ha parlato di “scienza come attivismo sociale”, aggiungendo anche che è necessario non essere noiosi quando si parla di ricerca e dei risultati ottenuti.
Alcuni ambiti di ricerca sono particolarmente eccitanti, e dovremmo fare in modo che lo siano anche per il pubblico. Altrimenti ci leggiamo tra di noi e non è quello che vogliamo. Anche se non tutti lo ammettono, nessuno vuole essere ascoltato solo da chi già è convinto o dalla propria zia.

Gli scienziati devono saper usare tutti i mezzi possibili per parlare con il pubblico: i giornali, la tv, la radio, i podcast, i libri. E devono farlo bene, devono imparare a farlo sempre meglio. Insomma, non devono annoiarci e non devono essere pavidi.
Hart fa un esempio: il taglio più personale, il racconto di un’esperienza meno distante e asettica rispetto al ricercatore alle prese con ipotesi di ricerca e numeri, può diventare uno strumento per diffondere la scienza. E per provare a cambiare le leggi ingiuste e non basate sulle evidenze scientifiche. È l’aspetto militante della scienza, che ha il dovere di provare a cambiare le norme pregiudizievoli, il coraggio di andare contro i governi.

Una buona ricerca dovrebbe, infine, anche evitare i pregiudizi e il peso della condanna morale. Provenienti, a volte, anche dai ricercatori stessi.
Un caso che potrebbe sembrare “lontano” è il negazionismo riguardo all’Olocausto. Ne ha parlato Deborah Lipstadt, professoressa di Storia ebraica e dell’Olocausto all’Emory College, offrendo alcuni suggerimenti utili anche in altre discussioni. È, ancora una volta, un metodo. Una cassetta degli attrezzi che possiamo riutilizzare nel caso dei vaccini o dell’Aids e che permette di svelare e di limitare errori grossolani e gravi. Quanti morti avremmo potuto evitare resistendo alle seduzioni novax o alle bugie di chi considera l’Hiv un prodotto delle multinazionali? Qual è il costo dei limiti alla sperimentazione sulle staminali e degli effetti della legge 40 sulle tecniche riproduttive?
Se fossimo in grado di sommare tutta la sofferenza evitabile, riusciremmo forse a capire meglio il pericolo delle fallacie e delle superstizioni.


Liberamente tratto da LeScienze.it, del 17 aprile 2018
 

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