Filosofare con il coronavirus

20 Apr 2020

Il condensato filosofico di questa vicenda del coronavirus è che la prospettiva della precarietà si è trasferita dal pianeta terrestre alla specie umana. In una specie di scissione mentale fino a ieri guardavamo con angoscia il progressivo degradarsi della Terra, come una terribile possibilità che riguardava principalmente i suoi ghiacciai, la sua atmosfera, le sue risorse, i suoi mari, e le conseguenze che ne venivano a noi, un rischio cui noi eravamo esposti.
Ma questa visione era nel contempo accompagnata da un certo qual ottimismo, nel senso che se noi umani avessimo preso coscienza di ciò, e ci redimissimo nei nostri comportamenti avremmo potuto salvare la Terra e mantenere abitabile e gradevole la nostra casa.

Il coronavirus ha buttato all’aria questo paradigma e ci ha tolto ogni illusione richiamandoci alla realtà del nostro essere in una condizione identica a quella del pianeta Terra. Il pianeta Terra siamo noi. Noi stessi siamo in una condizione precaria, alla stregua del pianeta, perché un’altra specie, quella dei microorganismi, sta dimostrando il suo potere capace di minare la nostra esistenza. Siamo noi stessi un universo organico in pericolo, già attestati, forse, nelle trincee della resistenza.

Non ci possiamo più illudere di guardare a noi stessi come i redentori della Terra, purché ci pentiamo delle nostre colpe, poiché noi stessi abbiamo bisogno di essere redenti. E poiché non vi sono all’orizzonte altri liberatori, tali dovremo esserlo noi stessi, ma con una consapevolezza nuova, ed è che non abbiamo alternative. Abbiamo terminato tutte le alternative. Non c’è altro luogo dove andare.
I nostri comportamenti avranno bisogno di passare attraverso una fase di quarantena globale: ritenere noi stessi come portatori e veicolatori epidemici sulla salute degli altri umani, sulle altre vite viventi, sulle radici stesse dell’economia.
Donde la necessità di una nuova etica che si modula sul distanziamento e la parsimonia. Perfino la solidarietà dovrà assumere i connotati del distanziamento: difendere l’altro da me, così come dobbiamo difendere il pianeta dalla invadenza antropocenica. Rovesciare la paranoia: dalla visione dell’altro come pericolo, e dalla concezione della solidarietà come empatia che considera me come soggetto buono, alla visione di me come soggetto che potrebbe essere sorgente di danno.

Ma sarebbe ingenuo fermarsi qui. Questa posizione potrebbe oggettivamente aprire un varco ai malintenzionati.
Anzitutto, a quanti crederebbero di vedere in essa l’opportunità per accaparrare territorio e risorse di ogni genere, comprese quelle spirituali; e poi a quanti vi leggerebbero la conferma della loro visione del tutti contro tutti e del vinca il più forte. Invece, il riconoscimento del presupposto che noi siamo nello stesso tempo difensore di noi stessi e difensore degli altri da noi stesso, ci proietta nella dimensione non del tutto inedita ma sottovalutata, quella della “giusta distanza” metafora di una solidarietà globale.