Gli assistenti sociali sono di sinistra?

26 Lug 2019

Ma gli assistenti sociali, in fin dei conti, sono di destra o di sinistra? Da dove deriva, ad ogni buon conto, questo bipolarismo concettuale?

Il pensiero politico-sociale riguarda proprio due scuole di pensiero storico e socio-economico: quello liberista, legato al libero mercato e allo Stato riparatore, e quello socialista, connesso all’azione diretta dello Stato sull’economia per ridistribuire il reddito.

L’Italia, contrariamente alla maggioranza degli altri paesi dell’Unione Europea, non si è mai completamente ispirata al modello liberista, ma neanche a quello socialista. Il benessere, nonostante il bellissimo articolo 3 della Costituzione (secondo cui la Repubblica rimuove gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese) è stato ed è un precetto ancora poco goduto da parte della popolazione, condannata in maggioranza a non poter usufruire di fatto delle opportunità derivanti dal cosiddetto stato sociale.

Il benessere reale di ogni soggetto in Italia dipende ancora molto dall’appartenenza ad una certa classe economica o ad un certo territorio e non certo da diritti sociali esigibili. Ciò nonostante la Legge-quadro, di fatto invalidata dalla successiva Legge Costituzionale n.3 del 2001, la quale, regionalizzando i welfare e connessi diritti, ha di fatto frantumato ogni buona intenzione.

Lo stato sociale e le politiche sociali corrispondevano nel pensiero socio-politico italiano fino a qualche anno fa a politiche finalizzate all’erogazione di prestazioni economiche, il che ha avuto sia la funzione di sedazione del conflitto sociale (l’ottica liberista) che quella di redistribuzione reddituale (l’ottica socialista).

Il significato attribuito allo stato sociale è purtroppo ancora lo stesso ai nostri tempi, sia nel pensiero di Governo (basti pensare ai bonus) che per la gente comune. Non bisogna quindi restare sbigottiti se ancor oggi per l’assistente sociale il “sociale” rappresenti un percorso relazionale verso l’emancipazione ed invece per la cosiddetta “utenza” ed ancor più chiaramente per la classe politica, nazionale e locale, esso rappresenti ancora la “dazione di un contributo economico”.

Esiste quindi un vizio tutto italiano circa i significati dati al welfare: esso infatti, denota storture confusive che vanno comprese.

Ogni sistema sociale postmoderno quindi ha un doppio sottosistema: la sicurezza sociale e l’assistenza sociale.
La prima è intesa come un complesso di attività ed iniziative sociali, pubbliche e private, dirette ad assicurare ai propri cittadini, in qualsiasi momento della loro esistenza, i mezzi necessari per soddisfare le loro necessità vitali, il benessere fisico, l’elevazione intellettuale e morale; la seconda, l’assistenza sociale, invece, è quell’attività diretta a prevenire o ad eliminare le situazioni di disagio o bisogno.

Ora, dove si colloca l’assistente sociale, se non nel secondo sottosistema? E per far ciò è naturale concepire se stessi su paradigmi relazionali e men che meno erogativi. D’altra parte se l’assistente sociale non dà casa, lavoro e soldi, perchè mai la gente lo suppone?

Sicuramente perchè la comunicazione pubblica in questi anni ha inviato messaggi in tal senso, ma senza prevederne le risorse. Oppure ha più spesso annunciato diritti che tali non si sono rivelati. Probabilmente un tale “welfare delle illusioni” ha bisogno di capri espiatori su cui scaricare la frustrazione dei ceti meno abbienti:  buona parte della genesi degli agiti aggressivi verso gli assistenti sociali risiede in questa scarsa abilità dei colleghi a districarsi tra mandato professionale e mission dell’organizzazione, tra ruolo e status, tra identità professionale e stereotipo imposto (ed a volte purtroppo accettato).

Che fare? Come al solito spesso la risposta è nei professionisti stessi e, più precisamente, nelle radici etiche, che trovano espressione non solo nei pensieri “alternativi alla politica”, ma anche e specialmente nel codice deontologico. Invitiamo i colleghi non solo ad incarnare il codice stesso, ma anche ad abbeverarsi alla letteratura sociale extrapubblica.

Nella pubblicistica c’è infatti un mondo (rappresentato dalla cooperazione, dal nonprofit, dal mondo ecclesiale, dai movimenti culturali alternativi) abbastanza sconosciuto ai colleghi. Nelle università si insegna ancora a saper programmare un “piano di zona” o a saper sviluppare un processo di spesa pubblica invece di leggere il mercato, creare una cooperativa, sviluppare un progetto di comunità.

Probabilmente acculturarsi in quel settore significa recuperare una vera identità: gli operatori sociali non sono esecutori di politiche altrui, ma assistenti sociali politici (e non partitici) addestrati ad una scelta ben precisa, che è l’opzione per gli ultimi, gli indifesi, i dimenticati, i “figli di nessuno”.

Se davvero l’assistente sociale ardisce ancora al ruolo politico di “ponte tra bisogni e politica”, la politica bisogna farla dall’esterno delle istituzioni e prendendo posizione non partitica, ma politica in senso stretto, ovvero per la polis, per il popolo, per tutto il popolo, con una chiara preferenza per le fasce deboli. Si può quindi avere in tasca la tessera di partiti di destra o di sinistra, e ciò è un arricchimento culturale non da poco, eppure va tenuta come stella polare del nostro agire la nostra identità, ben delineata dal codice deontologico e fortemente ancorata alla nostra carta costituzionale.

Destra o sinistra? Abbiamo, quando si comunica se stessi al mondo, tramite web o i canali tradizionali, un sano stile di equilibrio e certa autorevolezza. Bisogna curare i contenuti di ciò che si sostiene e fare attenzione a non urtare le altrui sensibilità. Il fine professionale è fare il bene e non il male, è costruire e non distruggere. In questo mondo già abbastanza frantumato bisogna cercare di costruire relazioni, gettare ponti tra le culture, educandoci al rispetto e all’ascolto. Specialmente con i colleghi che la pensano diversamente!

Liberamente tratto da AssistentiSociali.org, del 24 maggio 2018
 

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