Il coaching: c'è sempre un gioco interiore nella nostra mente

14 Set 2018

Il coaching nasce dal mondo dello sport. Molti lo datano a partire dagli anni ’70, con la pubblicazione dei primi libri di Timothy Gallwey, allenatore della squadra di tennis dell’Università di Harvard e primo a mettere nero su bianco i suoi principi di base.

“C’è sempre un gioco interiore in corso nella nostra mente, non importa in che altro gioco siamo impegnati. Il modo in cui lo affrontiamo è quello che spesso fa la differenza tra il nostro successo e il nostro fallimento”: questo il suo manifesto, chiamato proprio The Inner Game, Il Gioco Interiore. 

In pratica Gallwey sostiene che le sfide dell’esistenza intera si combattano contemporaneamente in due arene: quella esteriore e quella della mente, dove sconfiggere giorno dopo giorno gli ostacoli che noi stessi, da soli, ci creiamo e che fanno da tappo alla realizzazione del nostro pieno potenziale. La formula del nostro successo, secondo lui, coincide con l’equazione: performance = potenziale – interferenza, dove per aumentare la performance è necessario aumentare il proprio potenziale o ridurre al minimo l’interferenza. 

Un approccio che ha trovato man mano applicazione in un numero sempre crescente di attività, da quelle più a quelle meno impegnative, e che dal tennis e dal golf si è spostato via via al mondo della musica, a quello del benessere e poi dell’istruzione.

(Alice Pace, Tutto quello che devi sapere sul coaching, Wired,12/2014)
 

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