Il viaggio di ritorno

23 Ago 2017


Non vediamo l’ora di arrivare alla tanto agognata meta vacanziera: il viaggio ci sembra non finire mai sotto l’eccitazione dell’impazienza di arrivare, ma al momento del ritorno le cose cambiano: in un batter d’occhio si è già a casa e le vacanze sono ormai lontane, le nostre percezioni sono tutt'altro che obiettive!

È un fenomeno molto comune quello di stimare, del tutto soggettivamente, la durata di un viaggio di ritorno come inferiore rispetto a quello di andata sebbene i due percorsi effettuati si equivalgano. Più in generale è un meccanismo di attribuzione retrospettiva dello scorrere del tempo, tipico del funzionamento del nostro cervello e un recente studio giapponese - pubblicato sulla rivista scientifica Plos One - sembrerebbe confermarlo.

Il fenomeno del “viaggio di ritorno” in realtà era già stato studiato da altri ricercatori e ad esso sono state date varie spiegazioni, tutte in parte accettabili anche se non esaustive. Una di esse si basa sul concetto di rilevanza temporale, ovvero, se siamo in viaggio verso una meta molto importante le nostre risorse attentive e cognitive saranno più predisposte a monitorare lo scorrere del tempo, mentre durante il ritorno questo non rappresenterà un fattore rilevante. In altre parole: se prestiamo molta attenzione al tempo impiegato per fare un viaggio questo ci sembrerà più lungo rispetto a quando tutto ciò viene registrato passivamente senza un’attenzione consapevole e mentre, presumibilmente, potremo essere impegnati a fare o a pensare ad altro.

Questo è un esperimento che ognuno di noi può fare nelle più banali circostanze quotidiane: se avete 10 minuti di attesa in fila e siete costretti a trascorrerli in piedi senza poter fare altro che osservare le persone davanti a voi, probabilmente vi sembreranno interminabili, se invece potete attendere comodamente seduti mentre leggete o fate una telefonata il tempo di attesa vi sembrerà decisamente più breve. Ma non è tutto.

Altri studi provano a spiegare l’effetto del viaggio di ritorno attraverso il concetto di valutazione delle aspettative: se il percorso di andata supera le nostre aspettative rivelandosi ad esempio più lungo del previsto, il viaggio di ritorno – che intraprenderemo con un’aspettativa meno ottimistica di quello di andata – ci sembrerà a confronto più breve. Anche in questo caso viene chiamato in causa un altro meccanismo cognitivo che ci fa capire come, in funzione di vari fattori, siamo portati continuamente a percepire e a stimare lo scorrere del tempo in modi del tutto soggettivi.

In ultima, ma non per importanza, la spiegazione fornita dai ricercatori giapponesi i quali hanno studiato sperimentalmente il fenomeno del viaggio di ritorno esponendo i soggetti reclutati per la ricerca alla visione di alcuni filmati che rappresentavano un tragitto di andata e uno di ritorno. A quanto pare la valutazione del percorso di ritorno come più breve di quello dell’andata avveniva, in questi casi, retrospettivamente – e non sul momento – basandosi quindi sui meccanismi di memoria. Sappiamo che la nostra memoria è anch’essa tutt’altro che un’oggettiva copia delle percezioni ambientali, funziona invece in termini dinamici e ricostruttivi rielaborando le informazioni e assegnando loro dei significati, appunto a posteriori, in funzione delle valutazioni soggettive e delle altre informazioni già in nostro possesso.

In conclusione è solo una volta tornati a casa che rivalutiamo come “troppo breve” il viaggio di ritorno e, qualche volta, l’intera vacanza trascorsa...

Liberamente tratto da Crescita-Personale.it, di Cristina Rubano
 

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