Intervista a Alessandro Cocola, Counselor di Riprogrammazione Esistenziale

29 Mag 2018

Dopo avere conseguito la laurea triennale presso la facoltà di Scienze Giuridiche dell’Università degli Studi Romatre, Alessandro Coccola frequenta un master sulla Mediazione familiare, aprendosi, per la prima volta, ad un approccio socio-psicologicologico, oltre che giuridico, a temi sensibili quali la famiglia e la tutela dei minori. Questa proficua esperienza formativa risveglia in lui una forte passione per il Dirito di Famiglia e Minorile, che dopo la laurea specialistica, applica alla carriera forense - diviene avvocato nel 2013.
Esercitando la professione, ha la preziosa occasione di confrontarsi con una casistica molto ampia di problemi connessi alla famiglia, entrando, in alcuni casi, a stretto contatto con realtà altamente conflittuali e compromesse, estremamente dannose per la crescita e il corretto sviluppo psicofisico dei figli. Collabora quindi con psicologi e psicoterapeuti in ambito processuale, sostenendo le famiglie in fase di disgregazione nella gestione della crisi coniugale in atto, offrendo alle stesse un supporto legale utile e mirato alla condivisione di progetti genitoriali comuni nel preminente interesse della prole.
Al fine di incrementare gli strumenti di intervento, nell’anno 2015 intraprende un percorso triennale di formazione professionale come counselor presso l’Accademia della Riprogrammazione esistenziale e 
nel febbraio 2018 elabora il “Progetto Famiglia”. L'abbiamo incontrato per saperne di più...



Come hai conosciuto e scelto l'Accademia della Riprogrammazione per la tua formazione da counselor?
Ho conosciuto l’Accademia per la Riprogrammazione Esistenziale nel 2015. All’epoca lavoravo come avvocato in un grande studio legale romano, ma ero piuttosto insoddisfatto della mia dimensione lavorativa.
Mi occupavo in via quasi esclusiva del Diritto di Famiglia, confrontandomi quotidianamente con gli aspetti non solo giuridici, ma anche “umani”, delle relazioni tra persone, riuscendo ad empatizzare facilmente con i miei clienti, che apprezzavano molto questo mio lato, perché riusciva a rompere quel distacco e quella rigidità che spesso caratterizza le professioni forensi.
Sentivo che, pur essendo un buon avvocato e un tecnico del diritto, le competenze giuridiche da me sviluppate nel corso degli anni non erano da sole sufficienti a garantire ai miei clienti una tutela completa, che andasse al di là della sola assistenza legale.
Desideravo fare di più per i miei assistiti ed entrare più a fondo nella complessità del sistema “famiglia” per comprenderne più da vicino le dinamiche, le caratteristiche e gli aspetti patologici.
Nel mese di settembre 2015, pertanto, ho cominciato a cercare via internet corsi di counseling che facessero al caso mio e che mi aprissero ad un nuovo modo di vivere la mia professione.
Finalmente sono approdato sul sito dell’Accademia per la Riprogrammazione Esistenziale e ne ho letto il programma formativo.
Ho trovato l’organizzazione del corso e degli insegnamenti davvero stimolanti, così mi sono documentato anche sul Prof. Mario Papadia, cominciando a leggere il suo testo “La riprogrammazione esistenziale”.
Profondamente colpito dagli spunti offerti da quella lettura, ho deciso di frequentare la prima lezione introduttiva del corso e, a distanza di tre anni, eccomi in dirittura di arrivo alla conclusione di questo splendido e ricco percorso.

In che modo ha inciso questo percorso con la tua professione forense? Potresti farci qualche esempio pratico?
Il mio percorso formativo come counselor ha indubbiamente inciso sul mio modo di vivere ed esercitare la professione forense.
Se prima di intraprendere questo percorso adottavo un approccio professionale, seppur empatico, comunque circoscritto alla valutazione e all’approfondimento degli aspetti strettamente giuridici delle questioni oggetto di consulenza, già dopo le prime lezioni la mia modalità di relazionarmi ai clienti e alle consulenze si è fortemente modificata.
Ho, infatti, cominciato ad acquisire dai miei clienti informazioni ulteriori rispetto a quelle strettamente necessarie ad articolare una strategia processuale, ponendo domande aperte, che potessero spaziare e abbracciare anche la sfera privata e interiore dei miei assistiti.
Approfondendo il modello del counseling esistenziale e studiando la stretta correlazione tra obiettivo, strategia e risorse, ho compreso l’importanza di capire quale fosse il reale obiettivo dei miei clienti, spesso frainteso da loro stessi e non corrispondente con il loro effettivo benessere.
Gli avvocati matrimonialisti si trovano frequentemente a gestire il fiume in piena delle emozioni dei propri clienti, intenti a portare avanti guerre per devastare l’avversario, piuttosto che pensare al proprio bene e al bene dei loro figli.
Questa modalità rischia di compromettere irrimediabilmente la stabilità e il benessere del nucleo familiare, per cui ritengo che sia compito di un buon avvocato entrare più a fondo rispetto alle semplici parole che il cliente spende durante una consulenza.

L’avvocatura, in fondo, è una professione sociale e, in quanto tale, impone agli esercenti dei doveri di protezione nei confronti degli assistiti, che non devono limitarsi a eseguire ciecamente la volontà di questi ultimi, bensì di guidarli, consigliarli nella prospettiva di mirare al loro massimo bene.
Vorrei offrirvi questo esempio, rispondendo alla vostra domanda.
Circa due anni fa, si è rivolta a me una giovane mamma, separata e con due figlie, di sette e otto anni, impegnata in una battaglia legale con il marito per il loro affidamento.
Negli anni precedenti, la loro conflittualità era giunta ad un livello di esasperazione tale che il Tribunale aveva deciso di affidare le bambine al Servizio Sociale.
Quella drammatica decisione, piuttosto che ricondurre a ragione i genitori, aveva avuto l’effetto di inasprire ancora di più il loro conflitto, portando la mia cliente a battersi per ottenere una modifica di quel provvedimento e l’affidamento esclusivo delle figlie.
Durante i nostri primi incontri, questa donna portava con sé una forte aggressività, mancando, allo stesso tempo, di lungimiranza.
Malgrado lamentasse che il marito fosse un padre assente, era determinata nel voler ostacolare del tutto il rapporto padre-figlie.
Non tollerava che il marito avesse contatti con le bambine e faceva il possibile perché venisse estromesso dalla loro vita, ritenendolo un padre pericoloso e del tutto inidoneo a svolgere un ruolo attivo ed educativo per le figlie.
Apparentemente, quindi, sembrava che il reale obiettivo della mia cliente fosse l’allontanamento del marito dalle figlie.

Approfondendo il mio rapporto professionale con questa donna, forte anche delle nuove conoscenze apprese durante il corso di counseling, ho cominciato ad indagare più a fondo le reali motivazioni della mia cliente, cercando di aiutarla a spostarsi dalle sue posizioni rigide ai suoi bisogni.
Ebbene, dopo un incontro in studio particolarmente lungo, durante il quale sono arrivano a porle domande anche “scomode” e provocatorie, la cliente si è sfogata confidandomi di avere bisogno dell’aiuto del marito nella crescita delle figlie e che il suo desiderio di allontanarlo da loro derivava dalla mancata accettazione della separazione e dell’allora attuale relazione di lui con una nuova compagna.
Questa esperienza mi ha insegnato tanto. Se mi fossi limitato a seguire le iniziali indicazioni di questa donna, mi sarei battuto giudizialmente per lei, per farle ottenere l’affidamento esclusivo delle figlie a scapito del padre. Allo steso tempo, mi sarei speso per privare quelle bambine della presenza di un padre, compromettendo la loro crescita il loro bene. Indagando più a fondo nella storia e nel vissuto interiore della mia cliente, ho potuto veramente spendermi professionalmente per perseguire il reale obiettivo della mia cliente.
Molti dei miei colleghi, lo ammetto, non si sarebbero posti gli interrogativi che mi sono posto io e si sarebbero limitati a dar seguito alla volontà solo superficiale della cliente, senza adottare un approccio critico.
Malgrado sembri una storia a lieto fine, purtroppo così non è stato, in quanto la Collega che difendeva il marito ha fatto il possibile per mandare a monte qualsiasi tentativo di trattativa, dimostrandosi purtroppo poco collaborativa.
Ciò nonostante, mi ritengo davvero arricchito da questa esperienza, che mi ha aperto ad una nuova interpretazione del mio ruolo di Avvocato.

E nel tuo quotidiano?
Nel mio quotidiano, il corso di counseling ha inciso forse ancora di più che nel lavoro.
Ho, infatti, constatato un profondo arricchimento qualitativo del mio modo di pensare unito all’accrescimento del mio spirito critico verso me stesso e nei confronti della realtà circostante.
Ho imparato l’importanza e la preziosità dei molteplici punti di vista da cui guardare il mondo e questo mi ha spronato e dato la forza di mettermi maggiormente in gioco nella vita e puntare alla mia massima realizzazione.
È diventato molto facile, per me, adottare un atteggiamento dialettico nei confronti degli stimoli che ricevo dall’esterno, che analizzo e filtro non più in un’ottica duale, bensì di accoglienza, nel tentativo di armonizzare dentro di me la diversità rispetto al mio modo di vedere le cose e ai parametri che sono solito utilizzare per categorizzare la realtà circostante.
È una modalità nuova, che mi ha consentito di avvicinarmi di più alle persone e ad abbattere quel senso di isolamento che a volte può colpire chi si trincera dietro al proprio modo di ragionare ritenendolo incompatibile con altri modelli.
Noto, inoltre, di essere più veloce nel comprendere le persone e di riuscire ad empatizzare ad un livello più profondo, che mi consente di vivere degli scambi più maturi e consapevoli e, per tale motivo, arricchenti.

Essendo un avvocato con che argomentazioni difenderesti la professione del counselor dagli attacchi dell'ordine degli psicologi?
Il conflitto tra psicologi e counselor mi ricorda quello tra avvocati e mediatori, che ho vissuto molto da vicino, parteggiando, peraltro, proprio per i mediatori.
Purtroppo si tratta di vere e proprie battaglie che spesso vengono perpetrate da ordini professionali consolidati che faticano ad accettare il fiorire di nuove professioni in grado di fornire uno strumento in più per il benessere della persona.
Per questo motivo, laddove ravvisano possibili margini di interferenza, inneggiano alla guerra per accentrare nelle proprie mani l’esercizio esclusivo della professione e delle sue possibili ramificazioni.
Per quanto attiene alla disputa tra counselor e psicologi, ritengo che le doglianze di questi ultimi siano alquanto pretestuose e strumentali.
Gli psicologi accusano i counselor di non avere le competenze per diagnosticare e curare il disagio psichico, circostanza, questa, da sempre pacificamente riconosciuta anche dai counselor medesimi e che fonda proprio una delle differenze di base tra le due professioni.
I counselor, infatti, ben consapevoli della loro formazione, mai hanno cercato di sostituirsi agli psicologici, ricavandosi appositamente un settore di mercato ben diverso, che nulla ha a che vedere con la diagnostica o la terapia.
Da avvocato, cercherei proprio di evidenziare la palese incongruenza delle affermazioni portate avanti dall’ordine degli psicologi, rimarcando che il counseling non è una terapia e che il counselor non prescrive farmaci, né effettua diagnosi o lavora sulla patologia del cliente.
Le due professioni non sono inconciliabili, bensì integrabili, avendo caratteri nettamente distinti.
Guardando, inoltre, al panorama internazionale, è facile constatare che i diversi ordinamenti stranieri hanno riconosciuto la figura del counselor come a sé stante rispetto allo psicologo e allo psicoterapeuta.
In una prospettiva di adeguamento e avvicinamento tra le legislazioni degli ordinamenti nazionali, sarebbe opportuno che anche l’Italia si aprisse alle istanze provenienti dal Paesi esteri, accogliendole e integrandole con il proprio sistema, spesso fin troppo lento a recepire innovazioni importanti e in grado di influire positivamente sulla vita dei cittadini.

Ci racconti di com'è nata l'idea del "Progetto Famiglia"?
L’idea del “Progetto Famiglia” è nata circa tre mesi fa, in concomitanza con la mia decisione di aprire il mio studio legale e lasciare lo studio dove ho lavorato per cinque anni.
In quel periodo, ho vissuto emozioni contrastanti: da un lato la paura di perdere la sicurezza che quella realtà lavorativa consolidata mi aveva sempre offerto e, dall’altro, l’eccitazione derivante dalla possibilità di poter finalmente interpretare la professione forense a modo mio e secondo la mia sensibilità.
Fino ad allora, infatti, mi era stato impossibile vivere l’avvocatura secondo i miei canoni, essendo sempre costretto a rispettare la politica dello studio e dei miei responsabili.
Per questo motivo, ho cominciato a riflettere su come poter incorporare nel mio lavoro di avvocato elementi apparentemente distanti, ma in fondo così facilmente integrabili.
Ovviamente la mediazione familiare è stato il punto di partenza, dato che, per uno specialista del Diritto di Famiglia come me, la mediazione familiare è uno strumento di lavoro estremamente importante.
A differenza dei miei colleghi avvocati e mediatori familiari, tuttavia, cercavo un approccio che fosse meno tecnico e impersonale, per tale ragione l’inclusione del counseling a livello professionale si rendeva più che necessaria.
Inizialmente non sapevo bene come poter coniugare l’avvocatura con il counseling e temevo che l’una depotenziasse l’altro, rendendomi anche meno credibile sul mercato del lavoro.
Prendendomi ancora del tempo per pensare ed elaborare, ho finalmente trovato la soluzione perfetta per me: un progetto da presentare alle scuole e che fosse rivolto non solo agli studenti, come spesso accade, ma anche ai docenti e alle famiglie di origine.
Il Progetto Famiglia è nato a fronte dell’esperienza professionale che ho maturato in questi ultimi cinque anni e che mi ha visto entrare in contatto con realtà familiari davvero difficili e compromesse, che inevitabilmente si ripercuotevano sui soggetti più deboli: i figli.
Ho pensato che partire proprio dalle scuole per offrire un servizio di consulenza e assistenza completo possa rappresentare il modo per entrare in punta di piedi, ma con decisione, nella vita delle famiglie e prevenire o gestire situazioni di conflittualità, che i diretti interessati non hanno gli strumenti per affrontare.
Per questo motivo, il servizio che propongo è triplice: da un lato la consulenza legale specializzata nel Diritto di Famiglia e Penale della Famiglia, dall’altro un percorso di counseling esistenziale per alunni, docenti e famiglie e, infine, la mediazione familiare e scolastica dedicata a dirimere situazioni conflittuali tra queste tre categorie di soggetti.

Che tipo di riscontri stai ottenendo da questo progetto?
Purtroppo, considerata la giovane età del mio progetto, ancora non ho ricevuto riscontri importanti dagli istituti scolastici a cui mi sono rivolto.
Ho, tuttavia, incontrato grandi apprezzamenti da parte dei colleghi, degli amici e delle persone a cui, in generale, ne ho esposto le caratteristiche.
Spero vivamente di partire con questo progetto a settembre prossimo, compatibilmente con i piani dell’offerta formativa degli istituti scolastici che ho contattato.


La soddisfazione più grande che hai avuto fino ad oggi dal tuo lavoro?
Contrariamente a molti miei colleghi avvocati che traggono le soddisfazioni professionali dalle vittorie in giudizio, io, da sempre, ritengo più gratificanti le conciliazioni.
Ritengo che la composizione bonaria della lite sia davvero lo strumento vincente al giorno d’oggi, in quanto consente di evitare i rischi, le lungaggini e i costi del processo, in qualsiasi settore del diritto.
Occupandomi prevalentemente di contenziosi di ambito familiare, quindi, la soddisfazione più grande mi arriva dal riuscire a trasformare separazioni o divorzi altamente conflittuali in consensuali.
Lavorare con le coppie bilanciando il diritto con le emozioni, facendo emergere il vero obiettivo del cliente è per me la fonte di massima realizzazione.
Non ho un caso particolare da esporvi, perché ogni contenzioso familiare che sono riuscito a risolvere consensualmente ha avuto su di me me lo stesso effetto, confermandomi che sto seguendo la strada giusta e che sono bravo nel mio lavoro.

Consiglieresti d'intraprendere questo tipo di percorso professionale? E a chi?
Consigliere senza ombra di dubbio questo percorso professionale a chiunque voglia mettersi in gioco e voglia affrontare se stesso, denudandosi da sovrastrutture, pregiudizi, credenze e schemi di pensiero inutili o dannosi.
Il counseling per me è stato, prima di tutto, una possibilità di crescita personale, che mi ha portato a fare i conti con me stesso alla scoperte del mio vero essere.
È stata un’esperienza attraverso la quale ho individuato una buona parte dei miei programmi operanti e la loro origine, riuscendo così ad analizzarli, comprenderli e a sostituirli con nuovi programmi più funzionali.
Non credo che, altrimenti, sarei riuscito a sfidare e vincere le mie paure e decidere di costruire la mia realtà professionale diventando imprenditore di me stesso.
Non posso che consigliare questo percorso indistintamente a tutti, ma, con particolare riguardo, a coloro che svolgono professioni a contatto con le persone, dove emergono le emozioni e il vissuto personale, dove ogni tanto il dolore fa capolino o la gioia chiede di essere ascoltata.
Più che un percorso professionale, questo è stato un percorso di crescita, per cui sento di dover ringraziare tutti coloro che ne hanno preso parte, donandomi una parte di loro stessi e, allo stesso tempo, anche di me.
E grazie, ovviamente, per l’occasione di questa intervista.

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