Intervista a Barbara Locci, Counselor della Riprogrammazione Esistenziale

31 Ago 2018

Barbara Locci nasce a Roma e vive i suoi primi diciotto anni in un luogo intriso di natura e leggenda, San Felice Circeo.  Dopo aver conseguito la maturità, si trasferisce a Bologna ma è la spinta delle sue passioni, fra cui l’arte, che la spingono a tornare a Roma nel 2007 e frequentare un corso di Creative Web Marketing e Visual Digital Art.
Nello stesso anno comincia a dedica assiduamente anche al volontariato, prestando particolare attenzione agli immigrati. Quest'esperienza fa nascere in lei la necessità di acquisire maggiori strumenti per aiutare coloro che si trovano in difficoltà, quindi nel 2015 intraprende un  percorso di formazione professionale come Counselor presso l’Accademia della Riprogrammazione Esistenziale.
Nel 2016, inizia una collaborazione con l’Associazione di Promozione Sociale “Assipromos”, lavora nel centro di ascolto e sviluppa progetti per favorire l’integrazione all’interno dei centri di accoglienza. Da gennaio 2017 coordina il progetto “Integrazione Multiculturale” nato da un accordo tra L’accademia della Riprogrammazione e L’Assipromos.



Come ha scelto/scoperto l'Accademia della Riprogrammazione per la sua formazione?
La scelta di frequentare l’Accademia della Riprogrammazione è il risultato di anni di esperienza come volontaria. Ho iniziato a praticare volontariato a Roma nel 2007, presso un’associazione ONLUS che si occupava di progetti umanitari a sostegno di alcune popolazioni africane. Quell’esperienza mi dato la possibilità di confrontarmi con realtà culturali diverse, e mi ha messo in contatto con situazioni di estrema povertà.  Tale confronto ha fatto nascere in me il bisogno di approfondire le dinamiche esistenziali, e l’esigenza di acquisire strumenti professionali utili alla relazione di aiuto. Nel 2015 è iniziata la mia ricerca sul web per trovare un percorso di formazione che soddisfacesse le mie aspettative. La ricerca mi ha fatto “approdare” sul sito web dell’Accademia della Riprogrammazione Esistenziale. Entusiasta dell’offerta formativa, e delle informazioni ricevute in seguito, ho deciso di iscrivermi.


C'è qualche ricordo di quel periodo di studi che le va di condividere?
Si, un ricordo che risale all’inizio del corso. Era il primo week end, una domenica autunnale. Alla fine della giornata il Dott. Papadia ci ha invitati a creare un gruppo per dare la possibiltà ad ognuno di noi di raccontarsi. È stata per me un’esperienza molto intensa e carica di meraviglia,  ho avuto la sensazione di trovarmi “al posto giusto al momento giusto”; ero con persone che parlavano la mia stessa lingua, una lingua fatta di emozioni profonde da esplorare ancora. Ricordo che lo scambio tra di noi fluiva con naturalezza ed empatia e c’era nell’aria tanta voglia di mettersi a nudo. Grazie al confronto con il mio gruppo ho avuto modo di conoscermi e riconoscermi, e voglio ringraziare il Dott. Papadia e i miei compagni di viaggio per avermi fatto sentire accolta e per aver contribuito a “tirare fuori” il meglio di me.


Il modello della Riprogrammazione Esistenziale ha influito anche nella sua vita personale?
Si ha influito. Per quanto mi riguarda, grazie al Modello della Riprogrammazione Esistenziale, ho imparato a pormi le domande giuste, a ragionare per obiettivi e ad usare in modo costruttivo le mie energie. Nella mia esperienza è stato inevitabile non subirne gli effetti perché, mentre apprendevo il metodo, esso si sperimentava attraverso di me con nuove forme di pensiero più consapevoli e costruttive. Ciò ha avuto effetti positivi soprattutto nel lavoro, che avevo scelto come obiettivo da raggiungere. Dopo circa un anno dall’iscrizione all’Accademia della Riprogrammazione, ho cercato un lavoro nel sociale che mi permettesse di mettere in pratica quello che stavo imparando. Nel 2016 è iniziata la mia collaborazione con l’associazione di promozione sociale Assipromos come operatrice presso il loro centro di ascolto. Da allora la mia esperienza presso l’associazione continua, ora mi occupo dello sviluppo di progetti di integrazione, formazione e Counseling presso i centri di accoglienza.


Potrebbe raccontare ad un profano la realtà di un centro d'accoglienza?
Posso raccontarle la mia. È una realtà che nasce nel Dicembre 2016 con l’impegno di dare una risposta concreta al disagio di famiglie che, per motivi diversi, si trovano in condizioni di difficoltà.
Ubicato nel territorio extraurbano di Roma Sud, “ il Villaggio dell’Ospitalità”, accoglie attualmente 10 famiglie con minori, alloggiandole in un casale di proprietà dell’Associazione di Promozione Sociale Assipromos, e con annessi spazi destinati a molteplici attività di socializzazione e lavoro collaborativo.

La missione del centro è orientare, guidare e sostenere le famiglie nella definizione e realizzazione di un proprio progetto di vita, finalizzato alla conquista dell'autonomia personale e all’integrazione. Per raggiungere l’obiettivo e offrire un servizio di qualità sono presenti diverse figure professionali, tra di esse: coordinatori, mediatori culturali, operatori legali, insegnanti d’italiano, psicologi, assistenti sociali e counselors. 

Nella struttura sono presenti h24 due operatori che coordinano le attività e controllano il centro.  Gli ospiti permangono per il tempo necessario allo sviluppo del loro progetto di vita, che in media si conclude in diciotto mesi. Per regolamento gli ospiti devono partecipare alle attività formative organizzate dal centro: corsi di italiano e di informatica, educazione civica e laboratori creativi. Ad ogni famiglia viene assegnato un compito, che va dalle pulizie alla cura del giardino, dalla preparazione del pane alla coltivazione della terra.

Ogni settimana viene preparato un calendario con i nominativi e le mansioni da svolgere all’interno del centro. Sottrarsi dalle responsabilità diventa oggetto di confronto con gli ospiti, in alcuni casi si interviene con azioni correttive e nei casi più gravi (se sommati a comportamenti che ledono il bene comune) diventa motivo di espulsione dal centro. A parte i lavori ordinari si organizzano attività di gruppo in particolari periodi dell’anno. Per esempio a Natale abbiamo organizzato un laboratorio creativo, dove le mamme del centro hanno prodotto regali natalizi da vendere nel periodo di festa.

Questa iniziativa ha portato diversi benefici: la creazione di momenti di aggregazione e condivisione, la scoperta e lo sviluppo di attitudini creative, l’abitudine al lavoro di squadra e l’integrazione interna. Il secondo momento del progetto natalizio è stato l’allestimento di un mercatino all’interno del centro. Il mercatino ha dato la possibilità alle famiglie del centro e a quelle del quartiere di conoscersi e condividere un momento di festa.

Questa iniziativa ha dato il via ad altri momenti di condivisione e integrazione. Convinti che la paura si supera con la conoscenza, abbiamo deciso di aprire, per tutto il periodo estivo, un area picnic con giochi all’aperto dove le famiglie possono incontrarsi e stare insieme. Ci sarebbe tanto altro da dire, ma per scoprire il resto, vi invito a fare un picnic settembrino in via della Falcognana, 13!

Infine, insieme a un mio collega di corso, Gianni Silvestri, e supervisionati dal Professor Papadia, stiamo seguendo una giovane coppia romena formatasi nonostante il parere contrario dei rispettivi genitori, in quanto provenienti da etnia e cultura diverse (lui Rom e lei romena).
La coppia, desiderosa di “nuova vita”, mantiene una certa coerenza con le proprie origini, ricercando al tempo stesso una nuova esperienza e possibilità di crescita.  L’azione è dunque assistere e supportare la coppia al raggiungimento del loro obiettivo. Il piano di lavoro concordato è fondato sulla sensibilizzazione alla partecipazione attiva alla vita del Casale alfine di ottenere riconoscimento e affidabilità nell’ambito della comunità in cui attualmente vivono. Sono state inoltre identificate le necessità della coppia in ambito pratico ed economico.
Opportuna attenzione alle personali condizioni di salute proprie e dei loro figli, organizzazione del loro tempo. La giovane mamma imparerà a gestire adeguatamente la relazione con i figli, che attualmente così com’è impostata, le sottrae eccessive energie, e di fatto le preclude gran parte delle attività quotidiane che vanno dalla semplice cura della propria persona alla relazione con l’esterno. Il giovane marito, reso consapevole delle necessità economiche della famiglia, è focalizzato sullo sviluppo di opportune competenze professionali che nel medio termine gli consentano di trovare un’occupazione. Nell’immediato svolge alcuni lavori saltuari e di prova per incarichi di lavoro maggiormente stabili in che siano in grado di sostenere il più possibile la sua famiglia.


Cosa ne pensa e come risponde a questa paura degli immigrati che sta tanto influenzando la situazione sociale e politica del nostro Paese (ma non solo)?
Alcune persone hanno paura di quello che non conoscono, del “diverso”; altre temono per la propria sicurezza e poi c’è chi crea e sfrutta la paura per interesse. 
Sono tante oggi le facce della paura e i modi di usarla. 
È una situazione complessa che ha bisogno di domande e di risposte da parte di tutti: domande su come siamo arrivati a questo, sulle nostre responsabilità in merito… e risposte efficaci su un fenomeno che ha bisogno di essere affrontato senza polemiche, pregiudizi e strumentalizzazioni.

I fenomeni migratori sono guardati con scetticismo, in un misto di paura e solidarietà. 
Una parte della popolazione non si sente più sicura, ma più che una paura “dell’immigrato”, ho la sensazione che si abbia paura per se stessi. La fatica nel trovare soluzioni pragmatiche da parte delle autorità competenti, in un contesto politico ed economico in forte sofferenza, ha creato diffidenza e paura nella popolazione ospitante, e il fenomeno immigrazione, a volte diventa un capro espiatorio. 
Queste ultime considerazioni mi riporta alla mente una frase di Umberto Eco che ho letto qualche giorno fa e citava: “Ci vuole sempre qualcuno da odiare per giustificare la propria miseria”. 

Come rispondere a tutto questo? Con un po’ di buon senso, apertura e impegno da parte di tutti. Siamo tutti responsabili e complici di quello che sta succedendo, quella che stiamo vivendo è una situazione che nasce dall’egoismo, anche il nostro. C’è bisogno di “praticare altruismo” e di aprirsi alla ricchezza della diversità senza preconcetti. Solo spogliandoci del giudizio possiamo apprendere le potenzialità e le vulnerabilità dei nuovi arrivati. Il migrante è una persona, spesso costretta, per povertà o per motivi di sicurezza personale, a lasciare un paese che non avrebbe mai voluto lasciare. Come noi, anche il migrante ha paura: paura del cambiamento, del confronto, del giudizio, della discriminazione e il fallimento. La classe politica ha il dovere di impegnarsi a cercare soluzioni che promuovano l’eguaglianza, il rispetto delle leggi e la dignità delle persone. Gli immigrati hanno il dovere di conoscere e rispettare le leggi, la cultura e le tradizioni dei paesi in cui sono accolti, di qualunque nazionalità essi siano. A tal riguardo anche le Scienze sociologiche ci insegnano che i flussi migratori fanno parte della natura stessa di cui si compone l’Umanità.
La “paura degli immigrati”, in conclusione, potrebbe essere gestita in tanti modi, anche e soprattutto razionalizzando e riorganizzando gli schemi che regolano la convivenza fra le persone nei cosiddetti paesi sviluppati.


Che tipo di difficoltà incontra quotidianamente nel suo lavoro?
Lavorare quotidianamente nella relazione d’aiuto nei Centri d’accoglienza rappresenta un’esperienza molto profonda. L’essere in contatto diretto con tante esperienze diverse e nell’incontro interculturale risiede una possibilità di crescita per tutte le persone coinvolte. Al contempo questo lavoro può diventare stressante ed emotivamente usurante. In quest’ambito è fondamentale sottoporsi a una formazione continua e alla supervisione.


Nel suo team sono presenti anche psicologi? E come vi organizzate per ottimizzare il lavoro nel centro?
Si, per ottimizzare il lavoro nel centro ci organizziamo per competenze, collaboriamo nella valutazione dei casi e definiamo insieme i campi di azione. Gli psicologi, in questa realtà, spesso si trovano ad affrontare persone che portano con se esperienze traumatiche, tra cui episodi di guerra, violenza, torture, carestie, abusi sessuali e perdita dei propri cari. La figura del Counselor, all’interno del centro di accoglienza, realizza interventi atti a promuovere l’integrazione, di orientamento e di potenziamento delle capacità personali. A secondo dei casi le due professioni agiscono insieme, in altre sono sequenziali, fatto sta che sono due realtà professionali che possono convivere senza conflitti, in quanto operano con metodi e finalità differenti. Posso dire, dalla mia esperienza personale, che la collaborazione tra le due figure permette di raggiungere ottimi risultati in termini di qualità del servizio offerto.



A tal proposito, cosa ne pensa dei continui attacchi alla professione del Counseling da parte dell'Ordine degli Psicologi? 
È la storia che si ripete quando una categoria si sente minacciata nei propri interessi. 
La figura professionale del Counselor è nata per rispondere alla complessità e alla rapidità della trasformazione culturale attraverso interventi brevi ed efficaci. Ha competenze specifiche per la promozione del benessere dell’individuo e non può esercitare attività sanitarie. Il Counselor presta ascolto e sostegno a persone sane, si concentra sul qui e ora e lavora per obiettivi. Avendo competenze e modalità d’intervento diverse dallo psicologo,  le due figure professionali possono coesistere pacificamente e possono collaborare per rendere migliore la vita degli altri.


A chi consiglierebbe d'intraprendere questo tipo di percorso professionale?
Lo consiglierei a coloro che vogliono intraprendere un percorso di crescita personale e a chi svolge, o vorrebbe svolgere, un lavoro a contatto con problematiche esistenziali.


Intervista di Sara De Deo

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