La cultura italiana esclude i giovani

26 Ott 2018

«A quale artista ricondurrei Matteo Renzi? A Caravaggio. Entrambi, tra luci e ombre, sono stati grandi trasformatori». Patrizia Asproni è una delle protagoniste dell'industria culturale italiana. Era direttrice della Fondazione Torino Musei. Si è dimessa dopo una lite con la neo-sindaca 5stelle, Chiara Appendino. Casus belli una mostra su Édouard Manet che, prevista per Torino è stata dirottata a Milano. Per colpa del sindaco, assicura la Asproni. Per colpa della ex-direttrice, accusa la prima cittadina. La conclusione è che il capoluogo piemontese ha perso sia la blasonata direttrice che la mostra. Con l'amaro commento di Massimo Vitta Zelman, amministratore delegato di Skira, organizzatore della rassegna: «Non abbiamo avuto contatti con la nuova giunta. Ora quella mostra non si può più fare».

Agli archivi quella polemica, la Asproni, che è anche presidente di Confcultura, l'associazione degli operatori dei servizi museali, e presidente del museo Marino Marini di Firenze, dice: «Intanto io non ho bisticciato con la Appendino, è lei che ha voluto bisticciare con me. Io sono un pensatore libero. Al referendum ho deciso di votare Sì perché è l'inizio di un cambiamento. La riforma è perfettibile, ma intanto facciamo un passo avanti, poi la perfezioniamo. Il principale ostacolo che incontra la cultura è la sovrapposizione di leggi e competenze. Stato e Regioni si bisticciano, deve spesso intervenire la Corte Costituzionale, e gli operatori non riescono a fare il loro lavoro».

L'Asproni aggiunge: «Con l'abolizione del titolo V finalmente si toglieranno di mezzo le pastoie burocratiche che bloccano questo Paese. La cultura dev' essere liberata, proiettata nel futuro. La cultura non è come l'oro o il petrolio, come si dice spesso. È come l'acqua, fruibile da tutti, sostenibile, vitale. Senza la cultura e senza l'acqua noi non possiamo vivere. Perciò il mondo culturale guarda con speranza alle riforme. L'attuale stratificazione giuridica si riflette sull'occupazione, soprattutto giovanile, oggi non riusciamo a inserire i giovani in ambito culturale perché la burocrazia lo impedisce. Vorrei fare comprendere ai giovani che il loro destino è nelle loro mani. Il voto, alle elezioni e ai referendum, cambia le cose, in un senso o nell'altro ma le cambia. Votare significa agire, fare. Quindi bisogna smettere di lamentarsi ed esprimersi col voto».

Un appello raccolto dagli «studenti per il Sì», primi firmatari Matteo Della Vecchia e Michele Del Macchia, studenti all'università di Pisa: «Nel computo del risparmio dei costi bisogna considerare anche la mola di conflitti di attribuzione Stato-Regioni, che la Corte Costituzionale si trova a dover sciogliere. 1.500 contenziosi in 15 anni, circa il 47% delle sentenze della Corte Costituzionale riguardano il conflitto Stato-Regioni. Ci sono imprese costrette ad attendere per anni il giudizio della Consulta prima di poter fare investimenti che porterebbero benefici sul territorio. La riforma mira a rimediare anche queste storture eliminando la competenza concorrenziale tra Stato e Regioni».

«Nel 1974 il referendum sul divorzio cambiò completamente l'atteggiamento dell'Italia sia nella vita privata che pubblica. Era una buona legge? No, perché le persone ci mettevano dieci e più anni per divorziare, ma senza quella legge oggi non avremmo il divorzio>> afferma Patrizia Asproni, che è stata direttore dei beni culturali del gruppo editoriale Giunti <
Continua «La rabbia con cui il No viene espresso è indice di insicurezza e paura del futuro da parte di una fetta del Paese. L'Italia è molto invecchiata, non solo nell'età dei suoi cittadini ma anche nel suo apparato, c'è paura del domani. Ma nonostante le delusioni e i problemi dobbiamo avere il coraggio di guardare avanti, in positivo e credo che la cultura possa dare una grossa mano. Questo voto, è bene chiarirlo non dev'essere pro o contro Renzi, la Costituzione è dei cittadini e io spero che le persone si informeranno e che ognuno voterà secondo l'informazione che ha acquisito. Guai farsi prendere dal timore, anche se c'è chi pro-domo-sua agita lo spauracchio della deriva autoritaria, L'Italia mai permetterà a qualcuno di imporre la propria volontà dittatoriale e non c'è nulla nella riforma che lo consenta. Se vincerà il No, non succederà nulla, continuerà tutto così come ora, avremo una legislazione che si sovrappone all'altra, coi conflitti tra Stato e Regioni e la burocrazia che continuerà a imperversare».

Un assaggio di rilancio della cultura è quello avvenuto nei musei, la materia che sta tanto a cuore alla Asproni, la quale reclama l'italianità dell'approccio museale: «I musei stanno facendo un grande sforzo per creare un modello italiano di gestione. Non sono d'accordo quando si dice: dobbiamo fare come gli altri. No, noi dobbiamo riprenderci la leadership, non dobbiamo omologarci a modelli che non sono nostri. Quello anglosassone, per esempio, è un modello interessante ma è lontano dalla tradizione italiana. È giusto prendere il meglio dagli altri ma va poi ricercata una via italiana alla gestione del nostro patrimonio.

I musei sono molto migliorati. Anche a Pompei si sono visti i cambiamenti. Non si parla più di crolli, stanno aumentando visitatori e gradimento. Sarebbe un peccato fermarsi qui. Con la riforma costituzionale e la cancellazione dell'articolo V potremo finalmente procedere con la velocità che richiede la società di oggi. Il nostro è un grande Paese, rimane al primo posto da visitare nei desideri di chi viaggia. Troppo spesso non riusciamo a vedere le cose positive che abbiamo. Credo che questa riforma possa essere l'occasione per riprendere a guardare avanti.

Il governo svedese ha creato un ministero del Futuro, una decisione coraggiosa, quando ne parlo in Italia mi dicono: ma noi abbiamo tanti problemi del presente, figuriamoci se si può pensare a un ministero del futuro. Invece bisogna avere il coraggio di osare».


Liberamente tratto da ItaliaOggi.it, del 3 dicembre 2016

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