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La programmazione evoluzionistica, così come la riprogrammazione, sono un dato presente in diverse forme nella letteratura scientifica.

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Torna alla lista degli Articoli 21 Dic 2015

La malattia rende infelici e l'infelicità non rende malati

Lo sostiene Bette Liu, una ricercatrice della University of New South Wales.

Esiste una sterminata letteratura scientifica nella quale per anni è stato dichiarato che condurre una vita caratterizzata da scarsa serenità e dalla tensione conducesse inevitabilmente a un incremento del pericolo di morte. Ma in questi giorni uno studio pubblicato su The Lancet getta una nuova luce sul problema.

Il team di ricercatori delle Università di Oxford e del New South Wales appunto, ha reclutato, tra il 1996 e il 2001, 719.671 donne con un'età media di 55 anni. Alle volontarie è stato chiesto di auto-valutare regolarmente (la prima volta tre anni dopo il reclutamento) la propria salute, la felicità, i livelli di stress, la sensazione di essere in controllo e quella di sentirsi rilassate. Nel corso dei dieci anni di durata dell'esperimento il 39 per cento delle partecipanti ha riferito di sentirsi felice per la maggior parte del tempo, il 44 per cento si è dichiarato abbastanza felice e il 17 per cento infelice. Durante la decade dello studio il 4 per cento delle donne è deceduto. I risultati hanno dimostrato che il grado di felicità dichiarato dalle volontarie non ha avuto alcun impatto sul rischio di mortalità, mentre lo hanno decisamente le cattive abitudini come per esempio il fumo.

Richard Peto, uno dei coautori della ricerca alla New South Wales, ha sottolineato che per i fumatori occasionali il pericolo di concludere precocemente la propria vita è doppio, rispetto a chi non fuma e addirittura arriva a triplicarsi per i fumatori abituali, mentre l'infelicità non ha alcun effetto diretto e materiale sulla mortalità. Può, invece, avere effetti indiretti se, in reazione a una vita povera di soddisfazioni, le persone consumano per compensazione grandi quantità di alcol o di cibo. Appare pertanto che per molti anni sia stata confusa la causa con l'effetto.

Liberamente tratto da Corriere della Sera, 10 dicembre 2015

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