La sindrome da Hubris: rischio professionale per chi è al potere.

27 Set 2019

La Sindrome di Hubris è un disordine descritto nel 2009 da Lord David Owen (House of Lords, London) e Jonathan Davidson (Department of psychiatry and behavioural sciences, Duke University Medical Center, Durham) sulla rivista Brain a journal of neurology.

Il quadro è simile a quello di altri tre disturbi della personalità:
- quello narcisistico (grandiosità, bisogno di ammirazione e mancanza di empatia),
- l’istrionico (ricerca di attenzione)
- antisociale (inosservanza e violazione dei diritti altrui, mancanza di empatia e colpa)

È un quadro che si è notato appartenere a individui che hanno specifici ruoli di potere lavorativo/sociale – in questo caso si parla di persone caratterizzati da un sofisticato fascino come quelli descritti da Babiak e Hare nel loro inquietante lavoro sugli psicopatici – e che si trovano a livelli più alti delle aziende americane e che sono stati denominati “serpenti in giacca e cravatta” (Babiak e Hare, 2006).

Secondo alcune analisi psicologiche si è evinto che alcune personalità note a livello mediatico si avvicinano molto a tale quadro o sindrome, tra questi: David Lloyd George, Neville Chamberlain, Margaret Thatcher e Tony Blair, Donald Trump, Silvio Berlusconi e Matteo Renzi, e così anche l’autore in comune di Blair nella guerra in Iraq, George Bush, solo per citarne alcuni.

La sindrome non si limita ai politici: Owen vede la sindrome di hubris nei banchieri il cui orgoglio li ha portati nelle mani di Nemesis, il dio greco della vendetta, come baie pubbliche per i loro bonus.

Il medico e politico inglese evidenzia che carisma, fascino, capacità di ispirare, persuasione, ampiezza di visione, volontà e capacità di rischiare e fiducia in sé stessi sono qualità che sono spesso associate a una leadership di successo.

Eppure c’è un altro lato di questo profilo, più oscuro, perché queste stesse qualità possono essere segnate da impulsività, dal rifiuto di ascoltare o di prendere consigli, irrequietezza, perdita di contatto con la realtà, orgoglio esagerato, schiacciante fiducia in sé stessi e disprezzo per gli altri (Owen and Davidson, 2009).

Ciò può provocare una leadership disastrosa e causare danni su larga scala. Nonostante questi aspetti possono essere necessari per l’ascesa al potere una volta ottenuto possono risultare disastrosi ottenendo così un “effetto paradosso”, cioè distruttività verso gli altri e verso ciò che si è ottenuto fino ad allora.

La ricerca di Adam Galinsky e co-autori Joe Magee, M. Ena Inesi e Deborah H. Gruenfeld, esplora l’effetto del potere nell’assumere la prospettiva dell’altro e suggerisce che il potere riduce la capacità di capire come gli altri vedono, pensano e sentono.

I ricercatori hanno prima studiato l’effetto del potere sulla propria capacità di adottare la prospettiva visiva di un altro individuo. Questo è stato effettuato in priming in individui con diversi livelli di potere, poi chiedendo loro di scrivere la lettera “E” sulle loro fronti. Galinsky e colleghi hanno chiesto a metà dei soggetti di ricordare un’esperienza quando avevano un alto livello di potere e all’altra metà di ricordare un momento di scarso livello di potere.

È stato previsto che gli individui con alto livello di potere avevano più probabilità di scrivere la “E” nella direzione in cui essi avrebbero letto. Al contrario, gli individui con livelli scarsi di potere dovevano essere conformi al punto di vista dell’osservatore, scrivendo “E” nella direzione corretta dal punto di vista dello spettatore, ma invertita per l’oggetto stesso. I ricercatori hanno tenuto conto di variabili come il sesso e la generosità dei partecipanti.

L’analisi ha confermato che gli individui presentati con livelli di potere elevato avevano una probabilità tre volte maggiore di disegnare una “E” self-oriented rispetto a quelli con scarsi livelli di potere.

Dacher Keltner, docente di psicologia all’università di Berkeley, in due decenni di ricerca e di esperimenti sul campo evidenza che i soggetti in posizione di potere agiscono come se avessero subìto un trauma cerebrale. Diventano più impulsivi, meno consapevoli dei rischi e, soprattutto, meno capaci di considerare i fatti assumendo il punto di vista delle altre persone.

Sukhvinder Obhi, neuroscienziato dell’università dell’Ontario mette alcuni studenti in una condizione di potere, scoprendo che questo influisce su uno specifico processo neurale: il rispecchiamento; attraverso la stimolazione transcranico-magnetica (TMS), ha scoperto che il potere altera la capacità di provare empatia (Hogeveen J, Inzlicht M, Obhi SS, 2014).

Ritornando ai gruppi diagnostici, nella maggior parte dei disturbi della personalità, che appaiono come pattern abituali di esperienza interiore e di comportamento che possono presentarsi sia in adolescenza che nella prima età adulta, vediamo che la sindrome di hubris si sviluppa solo dopo che il potere è stato mantenuto per un certo periodo di tempo, anche se non è da escludere che queste persone possano avere già dei tratti accentuati verso la hybris.

Per parlare di “sindrome di hýbris”, devono essere presenti almeno tre o quattro di una serie di 14 sintomi
- intendere il mondo come un posto ove auto-glorificarsi attraverso l’uso del potere personale
- tendere ad agire primariamente per migliorare la propria immagine personale
- mostrare una preoccupazione sproporzionata per ciò che riguarda la sua immagine e l’apparire
- esibire una sorta di zelo “messianico” nell’ambito della sua attività e i suoi discorsi che sono caratterizzati dall’esaltazione
- attuare una sorta di fusione tra sé stesso, la nazione o l’organizzazione che “rappresenta”
- conversazione caratterizzata da una tendenza a parlare di sé in terza persona
- mostrare un’eccessiva fiducia in sé stesso
- manifestare disprezzo nei confronti di coloro che vivono come possibili avversari
- si dimostra responsabile e, quindi sottoposto solo al giudizio di un tribunale superiore, come potrebbero essere la storia e/o Dio, e lo mostra con convinzione incrollabile
- perdere il contatto con la realtà
- comportamento irrequieto, incosciente e guidato da azioni impulsive
- permettere l’invischiamento con aspetti della sua vita che nulla hanno a che fare e che, invece, possono deviare gli obiettivi prioritari insiti nel suo ruolo
- dimostrare incompetenza e disprezzo verso chi lavora seguendo tecniche consolidate; la si potrebbe definire “hubristica incompetenza” determinata dall’eccesso di fiducia in sé stesso che induce a bypassare i “dettagli” considerati non di adeguato livello.

Nel definire le caratteristiche cliniche della sindrome è necessario un contesto di potenza sostanziale, nonché un determinato periodo di tempo in posizione di potenza – anche se la lunghezza non è stata specificata – variante nei casi descritti da 1 a 9 anni.

Il tempo è determinato in maggioranza da fattori individuali. La condizione secondo gli autori viene acquisita post acquisizione del potere.

Tuttavia, la validità di una malattia psichiatrica comporta la valutazione di cinque fasi che riguardano la descrizione clinica, la possibilità di effettuare studi di laboratorio, la necessità di definire i confini nei confronti di altri disturbi, studio di follow-up e studio familiare.

Inoltre, sarà molto difficile capire se la sindrome di hubris può essere determinata da fattori biologici, in quanto è nella natura dei leader essere resistenti all’idea stessa di avere difetti, perché secondo loro segno di debolezza.

Nella definizione dei confini, una delle domande più importanti potrebbe essere quella di capire se la sindrome di hubris sia sostanzialmente la stessa del disturbo narcisistico di personalità, oppure un sottotipo dello stesso o di un’entità separata.

Come mostrato nell’elenco dei sintomi sopra descritti, 7 dei 14 possibili sintomi di definizione sono anche i criteri per un disturbo narcisistico di personalità in DSM-5 e due corrispondono a quelli per la personalità antisociale e della personalità istrionica (American Psychiatric Association, 2013).

I cinque rimanenti sintomi sono unici, nel senso che non sono stati classificati altrove; tra i quali attuare una sorta di fusione tra sé stesso, la nazione o l’organizzazione che “rappresenta”.

Questa fusione può essere descritta col termine junghiano di identificazione dell’Io con la Persona. La Persona è un complicato sistema di relazioni fra la coscienza individuale e la società, un compromesso. L’individuo prende un nome, acquista un titolo, svolge una funzione ed è questa o quella cosa.  La magia del nome e di altri piccoli privilegi come il titolo o cose del genere, procurano il prestigio necessario a dar vita a questo compromesso.

Più l’Io cosciente si identifica interamente con la Persona e meno con l’individualità, più il soggetto è dis-indivudualizzato e l’individualità ne risulta rimossa, di conseguenza la psiche cosciente nel suo insieme diviene collettiva (C.G. Jung, La struttura dell’inconscio, 1916).

Per Otto Kernberg si parla di dispersione di identità che nei casi di organizzazione borderline di personalità, ravvisa una grave incapacità nel differenziare l’immagine di Sé dall’immagine dell’oggetto e un “perdersi” dei confini dell’Io. L’esame di realtà è mantenuto ma risulta completamente distorto, soprattutto nei casi più gravi (O.F. Kernberg,1984).

Gli atri sintomi propri della hubris lasciano intendere bene l’identificazione con la Persona e la dispersione della propria identità.

Quando i tratti negativi della sindrome emergono nei leader politici, la loro capacità di prendere decisioni viene seriamente compromessa, portando a conseguenze disastrose in ambito politico e sociale. Spesso vengono compiute azioni destinate solo a rinforzare la propria immagine, assegnandole un’importanza esagerata e perdendo così di vista gli obiettivi insiti del ruolo nel quale si è calati. Viene perso il contatto con la realtà, l’impulsività imprudente conduce inesorabilmente all’inadeguatezza.

[...] Occorre fare in modo che il cittadino conservi a ogni costo il proprio istinto di autoconservazione, perché, una volta distaccato dalle radici nutritive dei propri istinti, l’uomo diviene un fantoccio in balìa di tutti i venti; allora non è più null’altro che un animale malato, demoralizzato e degenerato, e può ritrovare la salute solo tramite una catastrofe. (Jung 1945, da Opere, vol. 10. Civiltà in transizione: dopo la catastrofe)


Liberamente tratto da JungItalia.it, del 26 febbraio 2018
 

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