Natura, Cultura e Alchimia

24 Apr 2019

Il leitmotiv del pensiero occidentale è una contrapposizione tra natura e cultura, che prende piede soprattutto con la “Logica” Aristotelica per rafforzarsi molti secoli dopo con “quella” Cartesiana prima e la nascita della scienza poi (paradossalmente è proprio con Newton che nasce il pensiero scientifico, quello che invece si occupò contemporaneamente di alchimia e tradizione ermetica, tanto da essere definito ‘l’ultimo alchimista’ ed il primo scienziato).

Essenzialmente la Cultura veniva vista come “prodotto” della Mente umana, là dove la Natura rappresentava quei “vincoli” biologici che in maniera trasversale sono alla base dei tre regni che costituiscono il mondo: minerale, vegetale e animale e che nell’uomo, appartenente a quest’ultimo, sono espressi soprattutto nel Corpo. Un processo “difensivo” che probabilmente aveva, attraverso i grandi pensatori occidentali, alcuni tra l’altro di chiara impronta cristiana, più la funzione di salvaguardare l’autostima dell’uomo e l’immagine di se stesso-figlio di Dio di fronte a tutto ciò che “stonava” con la sua presunta superiorità mentale, come il piacere, l’aggressività e, naturalmente, il male - tutti espressione della natura selvaggia legata al corpo stesso.

Mentre accadeva ciò, nel mondo orientale il Corpo e la Natura avevano valenze tutt’altro che contrapposte alla Cultura o alla Mente, là dove quest’ultima, al contrario, spesso assumeva un connotato negativo e fuorviante, almeno nella sua funzione di razionalità, tanto da esser essa stessa oggetto di controllo, tra l’altro proprio attraverso il corpo (yoga, meditazione, arti marziali). Ma non necessariamente il pensiero dell'uomo occidentale ha sviluppato questa antitesi tra Natura e Cultura, anzi: nella lunga tradizione conoscitiva che nasce proprio dall'osservazione dei fenomeni naturali, che dalla civiltà egizia raggiungerà il suo culmine nella cultura alessandrina, matrice poi del pensiero filosofico greco prima e di quel complesso movimento filosofico-religioso, che è lo Gnosticismo, al contrario sono riportati al centro dell’osservazione il corpo, la materia e quindi la Natura dell'Uomo.

È un recupero della materia come simbolo del femminile che trova nell'ambivalenza dell'uomo, della natura e dello stesso Dio una coerenza rappresentativa dell’antitesi costitutiva e imprescindibile, che investe tra l’altro l'uomo di una funzione conciliatoria e redimente proprio attraverso la conoscenza delle sue leggi. Insomma, bene e male, spirito e materia, pensiero ed emozione, maschile e femminile, estremi opposti di una radice comune, tutti da conciliare oltre il contrasto.

Tornando ai nostri giorni, se prendiamo in esame i contrasti fra tradizione ed evoluzione scientifica, uomo e ambiente cosa osserviamo?
Se l'uomo è il prodotto della Natura, la Cultura è il prodotto dell'uomo stesso e del suo processo di conoscenza della Natura, se stesso compreso. In questo senso “la Cultura è la Natura stessa vista con gli occhi dell'uomo, attraverso la sua azione su di essa”. Una azione resa possibile soltanto dalla coscienza di sé.
La Materia era per gli alchimisti la Mater, la madre di tutto e pertanto la Natura, che rappresenta la Materia, era la Madre Natura. La Cultura è il prodotto dell'agire conoscitivo dell'uomo sulla Natura; rappresenta i significati, le informazioni, secondo il codice dell'uomo e la sua capacità astrattiva, quello che il figlio estrae dalla conoscenza della madre e porta a sviluppo, ma che a sua volta lo determina come fosse una Seconda Madre. Utilizzando una terminologia alchemica la cultura è quel prodotto, non presente in natura, il terzo non dato, il Sale, che nasce dall'interazione dell'azione dell'uomo e della sua volontà (solfo) sulla natura stessa e le sue informazioni (mercurio).

Paracelso afferma che è la Natura stessa che chiede all’uomo di farsi carico dell’opera artificiale: “Giacché la natura è così sottile e sagace nelle sue cose che non vuole essere adoperata senza una grande Arte, essa infatti non porta nulla alla luce che sia già di per se stesso compiuto, è l’uomo che invece deve portarlo alla perfezione. Questo perfezionamento si chiama Alchimia. Poiché l’alchimista è in ciò simile al fornaio che cuoce il pane, al vignaiolo che fa il vino, al tessitore che fa il panno. Colui che realizza in tutto quanto cresce nella natura a beneficio dell’uomo, la destinazione voluta dalla natura è un alchimista”. Ma non sempre appunto l’azione dell’uomo è coerente con questa destinazione.

Hillman affermava che “nella scienza moderna la femminilità della materia non può mai essere realmente riconosciuta e la scienza attuale non può vedere le cose che l’alchimia vedeva”. Insomma l’Artefice è sia soggetto che oggetto della conoscenza, trasformatore e trasformato, e quando questo accade Natura e Cultura/conoscenza vanno a braccetto.
Infatti, la scienza moderna e la sua forma di approccio alla conoscenza, l'epistemologia evolutiva, a partire dalle intuizioni di Bateson, con la sua mente ecologica, a quelle di Maturana e Varela, ha evidenziato l’inesistenza dell’oggettività, attraverso quel paradigma “costruttivo” che sottolinea l’impossibilità di separazione dell’artefice dalla realtà che va ad indagare. Inoltre con l’equivalenza del “vivere con il conoscere” attribuisce questa capacita di “conoscenza” ad ogni forma di vita organica, mostrando come la Natura acquisisce e deposita informazioni, di come la materia è viva e si aut organizza (per gli alchimisti vale anche per quella inorganica) e di come l'uomo, figlio della Natura, risponde alla stesse necessità di un ameba, cambiando soltanto la sua complessità.

Un mondo oggettivo, un universo che diventa in questa ottica un multiverso mondo dove ogni uomo come in un sistema autopoietico, chiuso ma in relazione con un medium, rappresentato dagli altri uomini e dall'ambiente, si rapporta attraverso il suo pensiero discorsivo e la razionalità alla sua esperienza ed emotività (esperienza immediata), costruendo un mondo comune insieme ai suoi simili e condividendone i significati.
Dunque Natura e Cultura come estremi di un corpo unico, rappresentato dalla vita e dalla conoscenza, una testa e una coda come quelle del serpente Uroborico, una realtà che feconda se stessa conoscendo se stessa.

L'emotività che alla prima appartiene (natura) come il pensiero alla seconda (cultura), figlia della capacità e
necessità dell'uomo di spiegare e dare senso alla propria esperienza di vita, frutto dell’acquisita coscienza di sè,
trovano infine senso nella “legge di complessità e coscienza”, come espressa ancora da De Chardin, ossia la tendenza che esiste all'interno della materia a diventare maggiormente complessa e allo stesso tempo ad accrescere la coscienza: “Più un essere è complesso, in base alla nostra Scala di Complessità, più esso è centrato su se stesso e per questo diventa più consapevole. In altre parole, più elevato è il grado di complessità in un essere vivente, maggiore è la sua coscienza; e viceversa”.

Speriamo quindi che quelle conflittualità vengano definitivamente superate, che appaiano come un movimento unico, vita e conoscenza, natura e cultura, mente e corpo, senza più contrapposizione, preservando ed equiparando l’uno e l’altro, in sintesi la vera congiunzione degli opposti.

Liberamente tratto da Psiconline, del 24 aprile 2019
 

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